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Il Teatro San Ferdinando di Avellino

Con l’apertura del Teatro comunale “Carlo Gesualdo”, la città di Avellino ha potuto di nuovo godere di una nobile attività legata allo spettacolo e alla musica. Per vari decenni la cultura e l’arte si sono accontentate di sporadiche iniziative allestite nei vari ferragosti. Eppure la tradizione teatrale in Avellino ha una sua antica storia.
Il vecchio Teatro “San Ferdinando” sorgeva nella centrale Piazza della Libertà, ove un tempo si ammirava l'Ospedale di S. Onofrio. La presenza dell'Ospedale e dei frati di S. Giovanni di Dio, meglio conosciuti come "Fatebenefratelli", va ascritta alle benemerenze della civica Università la quale, il 15 marzo 1618, affidò ad essi la cura e la gestione del suddetto Ospedale. Il Monastero, incamerato dal Comune a seguito della legge di soppressione degli ordini religiosi del 1807 fu prescelto, alcuni anni dopo, per edificarvi il costruendo teatro. Contrariamente a quanto sinora saputo, anche il teatro fu dovuto all'opera del governo francese durante il Decennio. Lo stesso Mazas, Intendente della provincia, ebbe ad occuparsi personalmente della realizzazione, anche se, per diversi motivi, lo stesso fu completato soltanto nel 1816. In un primo periodo di intenso lavoro si voleva che il teatro fosse pronto già nell'agosto del 1813, ma i tempi di esecuzione non furono rispettati, per cui fu necessario rinviare il completamento al successivo mese di novembre. Anche questo nuovo termine non fu rispettato, anche perché la mancanza dei fondi incominciò a farsi sentire, procrastinando la esecuzione degli "ornati", tutti preparati in Napoli e trasportati in Avellino. L'Intendente Mazas che, come già detto, si prodigò fattivamente a pro dell'impresa, spese molte delle sue energie per la realizzazione del teatro. Il Comune, dal canto suo, nominò all'uopo quale proprio deputato l'Avvocato Fabio Pascale, un comprovinciale originario di Montella domiciliato in Napoli, affinché seguisse nella capitale a "regolare e assistere la costruzione degli ornati del nuovo teatro", compito che vedrà impegnato il Pascale in non poche "fatighe" (sic) nel corso di circa un quinquennio che si rese necessario alla costruzione dei vari pezzi d'opera da sistemare in Avellino.
La progettazione del Teatro fu affidata all'architetto Don Domenico Chelli, nato a Firenze il 1° luglio 1745 e morto a Napoli il 30 gennaio 1820. Il Chelli fu chiamato a Napoli dai Borbone come architetto e scenografo del S. Carlo. Nella capitale insegnò prospettiva, geometria pratica ed architettura civile. Decorò nel 1790 il Teatro S. Ferdinando di Napoli. Oltre alla progettazione del Teatro di Avellino al Chelli si deve anche la costruzione del Teatro di Salerno, progettato nel 1810. L'opera avellinese del Chelli, è il frutto della sua maturità e si avvalse della collaborazione del "cartapistaro" Francesco Savione, del "doratore" Giovanni de Paolo e del "telaiolo" Felice Olivieri per i vari lavori. Anche l'appaltatore delle opere in muratura da eseguirsi in Avellino per l'edificazione del teatro proveniva da Napoli e fu affidata all'impresa Correale. La costruzione costò al Comune non lieve somma.
Finalmente pronto nel 1816 il Teatro venne solennemente inaugurato il 31 maggio 1817 e dedicato a S. Ferdinando in omaggio al Re di Napoli Ferdinando l°, felicemente ritornato nel suo regno, anche in segno di ossequio al ristabilito ordine politico. L'Intendente Costantino De Filippis, noto filoborbonico di vecchia data, nativo di S. Lucia di Serino, apri il Teatro alla presenza delle massime autorità locali nella serata di gran gala. La manutenzione del teatro interessò la civica amministrazione nel corso della sua secolare esistenza con lavori di rifacimento e accomodi in diverse occasioni. Il Decurionato negli anni 1837 e 1840 trattò sulle spese da affrontarsi per la "ristaurazione del Teatro". Allo scopo si nominarono i deputati (delegati) del teatro nelle persone di Pasquale Del Franco, Raffaele Filidei, Luca Barra e Federico Roca per la verifica' degli "accomodi" del 1842 e della relativa consegna, avvenuta il 3 giugno 1843. Spese ingenti, inoltre, occorsero negli anni seguenti, specialmente nel 1877 allorché il Teatro fu completamente ammodernato nelle decorazioni, opera dei noti pittori avellinesi Angelo e Cesare Uva, autore quest'ultimo di una celebre veduta di Piazza Libertà dell'800.
Del Palizzi il Teatro conservava diversi affreschi nel soffitto con pregevoli richiami allegorici. Sempre nello stesso anno si ricostruirono le scale, fu ampliato l'atrio e fu sistemata la facciata orientale, su progetto dell'Ing. Achille Rossi. Riaperto nel 1880 per volontà del Sindaco Catello Solimene, il 5 febbraio 1888 il Teatro si arricchì della "ribalta elettrica" inaugurata dal Sindaco Trevisani, ponendo cosi il teatro avellinese quale "prima sala europea" ove si attua tale sistema di illuminazione. Rinomati artisti si esibirono sulla ribalta con le opere più note di Verdi, Rossini, Puccini, Mascagni, Donizetti, Bellini e tanti altri ancora. Negli ultimi anni del XIX secolo il Teatro conosce il periodo più splendido, mentre non molti anni dopo è avviato ad un lento quanto inevitabile declino. Inattivo nel periodo bellico del primo conflitto mondiale nel 1923, sotto la gestione del Regio Commissario Giulio Corradi, la vendita del teatro, diruto ormai nella parte interna, è destinato a non lasciare tracce della sua esistenza se non nella lapide che ricorda ai posteri la sua lunga e gloriosa tradizione apposta nell’androne dell'attuale palazzo Sarchiola, in Piazza della Libertà.
di Andrea Massaro

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